E’ la più antica opera architettonica della Val Saviore: dedicata a San Sisto papa, eretta in un arco di tempo tra la fine del X ed il XII secolo circa. La datazione è certa grazie a una data incisa su una pietra, situata accanto alla cassetta delle elemosine, che recita: “1141. La limosina di San Sisto…”. Citata nella visita del vescovo Bollani del 1567 come sussidiaria della parrocchiale di San Vigilio, vi si documenta la pratica del culto cattolico ancora nel 1573, stando alla relazione del vescovo Pilati. Si celebrava per la festività del Santo e di tanto in tanto per devozione. Come le antiche pievi, la chiesa è circondata da un cimitero, rifatto nel 1814, ma che conserva lapidi funerarie a partire dal 1391, luogo di sepoltura dei Cevesi fino agli anni Cinquanta. Nel 1944, alla base del muro dell’antico cimitero, avvenne la fucilazione di alcuni partigiani del luogo.
STILE
Fa parte di un gruppo di chiese minori del bresciano, costruzioni in genere piccole e semplici, che testimonianza di come la circolazione del gusto romanico non venisse meno al di fuori dei grandi centri ma trovasse espressione anche in località quasi sperdute. Di questi edifici spesso non restano altro che ruderi e sono poche le eccezioni conservatesi intatte nel corso del tempo: San Sisto ha subito rimaneggiamenti agli inizi del ‘600, nel 1717, nel 1800, fino agli ultimi interventi di restauro degli anni ‘80 del secolo scorso, riportando alterazioni nella facciata e nella parte absidale, demolita per fare posto al presbiterio rettangolare ma non tali da pregiudicarne una lettura sufficiente .
ESTERNO
Alla povertà dei materiali si accompagna l’estrema semplicità dei rapporti fra gli elementi architettonici. Il tipo di muratura, le dimensioni e il numero di aperture presentano un’immediata sensazione di linearità e compattezza: la facciata è alleggerita da due finestre a stretta strombatura e da una feritoia quadrilatera sul lato meridionale, costruita impiegando conci squadrati di tonalite, materia locale. La continuità della muratura presuppone un lavoro di costruzione eseguito da un’unica abile maestranza. Il portale d’ingresso è a trabeazione semplice, decorato da una lunetta; sopra di esso i conci sono sistemati in modo da formare un’apertura a croce greca. Alla sinistra dell’abside, addossato al fianco meridionale, si erge il campanile, anch’esso partecipe della semplicità della chiesa: la cella campanaria si apre in quattro eleganti finestre bifore, aperture divise in due da una piccola colonna; i merli ghibellini, a coda di rondine, sono forse un’aggiunta successiva. Il tetto è a capanna.
INTERNO
La struttura esterna definisce anche la forma interna: l’abside, restaurata nel 1717, ha subito l’ultimo intervento negli anni ‘80. L’interno si presenta come un’aula rettangolare: la pianta originaria terminava in un’absidiola semicircolare, la cui traccia è resa visibile, nella pavimentazione attuale, dalla recente opera di restauro, confermata dalla presenza di un piccolo oculo sopra l’arco, che distingue l’interno in due parti, quella anteriore, originale, e quella di fondo, il presbiterio, ampliamento del 1600, un vano quadrato coperto da una volta a crociera. La copertura della navata unica è a capriate, di legno, come quella originaria romanica, nascosta con gli interventi di restauro del 1814, quando costuirono un controsoffitto piano per tutta la lunghezza dell’edificio. Al 1600 probabilmente risale anche l’esecuzione o l’ampliamento della sacrestia e l’apertura della porta laterale a sud; nella parte alta della parete meridionale le strette aperture monofore ribadiscono l’appartenenza allo stile romanico. Le porte in legno della chiesa e l’altare sono elementi recenti, integrati durante l’opera di restauro, conclusasi nel 1989, che ha portato al consolidamento della struttura e alla riconsacrazione come luogo di culto. Le pareti erano in parte decorate: rimangono tracce di un affresco, compromesso però in modo tale da non permettere né un’interpretazione iconografica né una datazione; l’ipotesi è che vi fosse raffigurata l’Ultima Cena. Andò distrutto sembra per l’apposizione di uno strato di calce steso sulle pareti in seguito all’epidemia di peste della fine del ‘400, per prevenire il contagio, come accadde in altre chiese dello stesso periodo. Presso l’altare maggiore vi era una pala con il Cristo morente, la Vergine e San Sisto papa, attribuita a Palma il Giovane, ora collocata sulla controfacciata della parrocchiale di San Vigilio.
vedi anche / see also
Chiesa di San Sisto (video)
Cevo



